La storia di Sorio non è facile da ricostruire ma qualche nostro ex compaesano, con dei laboriosi lavori di ricerca e archivio, è riuscito a ricostruire la storia della nostra parrocchia. E’ infatti grazie all’opuscolo “La Parrocchia di Sorio – Pagine di storia” di Don Mariano Fabris, che siamo in grado di raccontarvi qualcosa sul nostro paese.
La ricostruzione storica porta la nascita di Sorio nel 568, quando scesero in Italia i longobardi eretici, che si convertirono al cattolicesimo. Dopo i longobardi arrivarono i francesi e con loro i Benedettini, che si ritiene che fondarono la prima chiesa a Sorio tra l’ VIII/IX secolo.
Tra il 1000 ed il 1100 in Italia cominciarono a nascere i primi comuni, e nel primo elenco esistente dei comuni che facevano parte di Vicenza, redatto nel 1262, si trova anche S. Jorrius, nome che in italiano è stato tradotto fin dal 1400 con SORIO. L’origine del nome Sorio è quindi legato strettamente al santo a cui è legato la sua parrocchia, San Giorgio appunto.
La chiesa di Sorio appare per la prima volta su un documento ufficiale nel 1268, in una lettera dell’allora Vescovo di Vicenza, B. Bartolomeo da Breganze, concedeva la “decima su tutti i sedimi esistenti a Sorio ai nobili di Sarego”.
Nel 1404 Sorio cade sotto il controllo di Venezia e del Leone di San Marco.
Diversamente da quanto molti credono, Sorio fin dalla sua origine appartenne a Vicenza. Solo per un breve periodo passo sotto gli Scaligeri (1311-1387) ma nel 1390 il territorio di Sorio fu restituito a Vicenza dai Visconti di Milano.
L’attuale Gambellara (comune di Sorio) è nata nel 1858, dalla fusione dei comuni di Sorio e Gambellara veronese.
Già in documenti del 1444 sono nominati alcune contrade ancora esistenti e conosciute come Vignale, Mason, Chiesa, Roncaglie, Torri di Confine, Sarmazza, Spesse e Fratte.

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* La storia di Sorio è tratta da estratto del libro La Parrocchia di Sorio – Pagine di storia, di Don Mariano Fabris

Polenta e pesce e porchetta

“Quando il sole canicolare scioca sulle strade dei monti e accampa i vigneti, Sorio prepara la Sagra del Carmine e dà appuntamento per il Sagrino.
Per un paio di sere viene sospeso il gioco delle bocce perché sul campo si allineano le tavole sulle quali verranno imbanditi i piatti di polenta e pesce e porchetta.
Un tempo il pesce era squisito: erano tinche, lucci, scardole e pescigatto pescati alle Pezza, ai Ronchi, alle Roncadole e in Sarmazza, tutte località della campagna di Gambellara e Sorio. Si andava a pescare al mattino della domenica o nel pomeriggio del lunedì, senza reti e senza ami; si arrotolavano i calzoni fin sopra il ginocchio, si scendeva nel fosso; qualcuno si tuffava sotto, se l’acqua era profonda e pescava con le mani. Si cercavano i pesci nelle tane, tra le radici dei salici, degli orni e dei pioppi che crescono lungo le rive. Una volta afferrata la preda, la si gettava sul campo dove c’era chi la metteva al sicuro.
Il pesce era fresco, di giornata, preso qualche ora prima, pingue, saporito, perché si era cibato di pastura buona e abbondante nelle acque tranquille dei nostri fossi.
Ma da quando il Chiampo con le sue correnti inquinate non permette ai pesci durante le “brentane” di aprile di “venir su” dai fiumi a “pasturare” nei nostri corsi d’acqua, tinche, lucci e scardole sono diminuiti e le loro carni non hanno il sapore di una volta.
Oggi si va a pescare nelle riserve: così a Sorio si frigge ancora pesce fresco, ma non è più quello che si prendeva con le mani, lì, a cento metri da casa.
Alla sagra del Carmine si consuma qualche quintale di pesce. Le trattorie non ce la fanno a preparare decine e decine di polente calde; si ricorre all’aiuto delle famiglie private che arrivano con i “panari” fumanti sui quali hanno da poco rovesciato il paiolo.
In questi ultimi anni sta prendendo piede, accanto al pesce, la porchetta allo spiedo. Spetta a Tarcisio Fabris l’onore dell’iniziativa. Ha l’occhio clinico per scelta: oltre che gestore di una trattoria “Al Castello” è anche commerciante di suini. “Non deve pesare più di 20 kg e non avere più di 70 giorni di vita; deve essere stata nutrita di grano e ghiande” – dice.
Fa caldo in luglio, ma si mangia all’aperto e si beve vino appena spillato dalla botte tenuta in cantina fresca e asciutta. E si canta…
Estratto dal libro “Uva garganega di Gambellara“, edito nel 1975